CIRO PRINCIPESSA
Un ragazzo della Certosa: 1979-2009
A trent’anni dall’assassinio del compagno Ciro Principessa ucciso da mano fascista, domenica 19 aprile, dalle 16 alle 23, lo storico quartiere romano di Villa Certosa si unisce in una festa per commemorare la sua morte.
A Ciro verrà dedicata la piazza che farà da sfondo all’iniziativa: largo dei Savorgnan sarà per un giorno piazza Ciro Principessa. E gli abitanti del quartiere sperano che questo nome rimanga, che le istituzioni si decidano a cambiarlo per ricordare Ciro.
Una giornata di dibattiti, spettacoli e musica.
Tra gli ospiti - oltre a partiti, associazioni e comitati - ci saranno Militant A degli Assalti Frontali, la banda acustica Titubanda, Michelangelo Ricci con un reading di poesie, Laboratorio Orchestra Wawa di Nicola Caravaggio, Ponentino Trio, Coro Multietnico Romolo Balzani, il gruppo di cabaret Vladimiro, il gruppo teatrale Coro Majakoski, il gruppo elettro-folk Unnaddarè.
Chi era Ciro Principessa
Mentre stampa e sociologi faciloni già negli anni ’70 dipingevano un’intera generazione condannata alla disgregazione e al riflusso, a Roma, nel quartiere di torpignattara, c’era una storica sezione del PCI che convogliava i ragazzi delle borgate vicine. Tra loro c’era Ciro, attento, curioso, impegnato, propositivo. Primo di sette fratelli di origini napoletane, Ciro viveva di espedienti. A 17 anni arriva la prima condanna per furto. Subito dopo, il servizio militare: l’esercito lo spedisce a centinaia di chilometri da casa perché era stato in carcere. La seconda esperienza lacerante. Alla prima licenza, dopo quattro mesi, Ciro decide di non ripresentarsi: preferisce affrontare un processo militare ma tornare in famiglia, dare una mano a casa e restare tra gli amici. Dopo anni di condotta irreprensibile, Ciro si libera dei processi e riesce a far cancellare dalla giustizia ogni pena a suo carico. Trova lavoro in un bar, a tempo pieno, guadagna poco, ma è contento. Nel ’76 si iscrive alla FGCI: se c’era un impegno, una scadenza, un appuntamento, lui c’era. La sezione, all’inizio, la frequenta saltuariamente, poi comincia ad avvicinarsi sempre di più e diventa il tenace promotore di un lavoro di convinzione costante, di ragionamento continuo, di spiegazione. È spinto dal desiderio di cambiare le condizioni di vita della sua borgata, Villa Certosa, di riscattare il destino e la storia di altri ragazzi come lui, alla stessa maniera in cui lui aveva saputo riscattare il suo. Spesso rimproverava i compagni perché diceva che il partito era troppo poco impegnato, rimanevano chiusi nelle assemblee e quello che facevano non era abbastanza. In seguito all’assassinio di Guido Rossa, Ciro, addolorato e commosso, esortava i compagni ad andare tutti ai funerali. Molti di loro gli risposero che non potevano, a causa di difficoltà, lavoro, soldi. Ciro rispose: “Guido Rossa sarebbe qui se qui avessero ammazzato un compagno”. E, subito dopo, partì per Genova.
Il 19 aprile del 1979, un fascista entrava nella libreria del PCI di Torpignattara, dove Ciro aveva cominciato a lavorare da poco. Veniva da piazza Tuscolo e con sé aveva un coltello.